martedì 27 ottobre 2009

IL SANGUE DEI VINTI




"In un viaggio che lo porta verso un luogo importante della sua vita un funzionario di polizia, assieme ad una ragazza dal suo passato, ricorda alcuni momenti della sua vita alla fine della seconda guerra mondiale quando lui e la sua famiglia sono stati stretti tra le rivolte partigiane e le nuove istanze della Repubblica di Salò. Con il fratello in uno schieramento e la sorella nell'altro il protagonista non prende parte alla guerra intestina e decide di concentrarsi sul caso di una donna uccisa e della sua bambina, unica testimone oculare, data in custodia alla sorella gemella della defunta." (mymovies.com)


Il film ha un intento nobile: ricordare a tutti che nonostante le diverse posizioni politiche, ad ogni morto spetta una degna sepoltura. Fin qui nulla da obiettare, qualche dubbio in più, semmai, mi viene quando, dimenticando il principio suddetto, cuore del film, nel finale si propone un confronto diverso: al personaggio interpretato da Preziosi, partigiano, la memoria ha riservato lodi e medaglie; a quello interpretato dalla Nedelea, repubblichina, neppure una degna sepoltura. Sembrerebbe una incomprensibile ingiustizia se non fosse per un piccolo particolare: uno muore per la libertà, l'altra in difesa di una dittatura. Insomma, per farla breve, il film è abbastanza fazioso, ma ciò non ne inficia il giudizio, poiché è una legittima posizione, anche se per sostenerla, si ricorre ad immagini agghiaccianti, come i fascisti imprigionati che si aggrappano alle reti, neanche fossero vittime di un olocausto al contrario, o alla barbarie del popolo bue e furente che chiede sangue. Il giudizio invece è negativo perché: la sceneggiatura è pura follia improvvisata, con una indagine su un omicidio che non interessa a nessuno e che viene svelata sulla base di sensazioni, in modo abbastanza frettoloso; Michele Placido offre una delle sue interpretazioni peggiori, recita diverse fasi di una vita, sempre fuori registro, inadatto e con una tinta per capelli scandalosa, che lo ridicolizza ingiustamente; Soavi, forse per lavarsi di dosso il contagio della televisione, si abbandona al simbolismo più chiassoso: a cartine dell'Italia che si spaccano in due ("una metafora velata"), a bandiere insanguinate, ad angeli in battaglia e cavalli bianchi al galoppo, il tutto naturalmente al di fuori del racconto e senza necessità. Incredibilmente, l'unico pregio è proprio il coraggio della faziosità. JOKERICO 5

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